Il movimento per la casa, in Spagna, non esisterebbe senza i sindacati delle inquiline

Sono le organizzazioni che si occupano del diritto all'abitare nella capitale. Aiutano gli inquilini, fanno rete, riempiono le piazze. Li abbiamo incontrati.

Lorenzo Tecleme

Tarps and tents fill the Puerta del Sol square as protestors continue with their protest camp in Madrid on October 16, 2026. (Photo by OSCAR DEL POZO / AFP via Getty Images)
L'aumento medio del prezzo degli affitti in Spagna negli ultimi 10 anni
87%
La percentuale di spagnoli tra i 18 e 34 anni che vive con i genitori
69%
La quota delle abitazioni di edilizia sociale disponibili in affitto in Spagna, contro l'8% della media Ue
3%
L'aumento dei prezzi di vendita degli immobili a Milano nell'ultimo decennio
60%

«Ti è mai capitato di essere buttato fuori da casa tua? Se vivi qualcosa di simile, hai bisogno di una comunità». A parlare è Lis, un attivista argentino che vive a Madrid. Fa parte del Sindicato de Inquilinas, la più grande tra le organizzazioni che si occupano di diritto all’abitare nella capitale spagnola. E che, in queste settimane, è al centro delle cronache di tutto il mondo. Le proteste partite da Madrid sono, in effetti, piuttosto eccezionali. L’ultima volta che in Spagna era stato proclamato uno sciopero generale era il 2012. L’ultima volta che delle tende avevano occupato Puerta del Sol così a lungo, nel 2011, era cambiato definitivamente il sistema partitico. A seguito delle manifestazioni, il presidente Pedro Sánchez, di centro-sinistra, ha deciso di sciogliere anticipatamente le camere ed andare ad elezioni, mentre le proteste si sono estese anche ad altre nazioni. Italia compresa.

Tutto è iniziato con lo sgombero di María del Carmen Abascal, che tutti chiamano Maricarmen. Una donna di 87 anni sfrattata dalla casa in cui viveva, dopo che il fondo proprietario dell’immobile le ha aumentato l’affitto del 230%. Maricarmen è poi morta in ospedale, poco più di una settimana fa, e le proteste sono cresciute. Anche perché, lontano dalle telecamere, da anni esistono comunità che si organizzano attorno al tema della casa.

Le comunità che fanno la differenza

Il costo degli affitti, in Spagna, è cresciuto in maniera non dissimile all’Italia e ad altri grandi Paesi europei. Ma la Spagna ha un movimento per la casa con pochi paragoni tra i vicini. El País ne parla come di uno degli esempi di community-organizing più di successo nella storia recente.

«Non veniamo dal nulla: sono quasi dieci anni che ci lavoriamo», continua Lis, che è una persona non binaria. Il suo ingresso nel Sindicato de Inquilinas è simile a quello di molti: il proprietario di casa aveva deciso di vendere l’appartamento in cui viveva assieme a due ragazze, e da un giorno all’altro rischiava di trovarsi senza un tetto. «Un’amica mi consigliò di rivolgermi al Sindicato. Lì mi hanno spiegato la normativa, mi hanno fatto vedere che, nella richiesta dei proprietari, non erano state rispettate alcune regole. Sono passati anni, e ancora oggi vivo in quell’appartamento». Anche il padre ottantaquatrenne di Lis e la sua compagna si sono trovati a rivolgersi al sindacato, dopo che il loro affitto è passato da 500 a 1200 euro mensili. Nel loro caso, hanno finito col traslocare.

Le organizzazioni degli inquilini sono nate all’inizio del millennio, con esperienze come quella della Plataforma de Afectados por la Hipoteca, dopo la crisi dei mutui che colpì la Spagna più di altri Paesi europei. Negli ultimi dieci anni sono cresciute fino a diventare un attore politico centrale. Sono strutturate su base locale, per città o per comunità autonoma – l’equivalente di una regione. Nelle metropoli come Madrid e Barcellona, poi, si dividono ulteriormente in gruppi di quartiere. Ogni due settimane, decine di persone si riuniscono in ogni distretto. Queste assemblee, sempre aperte a tutti, sono di solito composte da due parti. Nella prima, si affrontano i problemi di chi chiede aiuto al sindacato. Da qui passano storie di ogni genere, molto spesso raccontate da persone straniere o in condizione di fragilità: «C’è chi scoppia a piangere, c’è chi ci dice di non avere nessuno altro con cui parlarne». Se la crisi abitativa è una caratteristica delle grandi città contemporanee, l’epidemia della solitudine è un’altra. I sindacati delle inquiline cercano di rispondere ad entrambe.

Le organizzazioni degli inquilini sono nate all’inizio del millennio, con esperienze come quella della Plataforma de Afectados por la Hipoteca, dopo la crisi dei mutui che colpì la Spagna più di altri Paesi europei. Negli ultimi dieci anni sono cresciute fino a diventare un attore politico centrale.

Alle assemblee partecipano, gratuitamente, anche avvocati. «Ma non siamo un patronato», spiega Lis. L’attività giuridica è solo un pezzo del lavoro, il grosso è politico. La seconda parte dell’assemblea serve ad attiviste ed attivisti per organizzare le campagne. Quando Pedro Sánchez ha cercato di rispondere alle proteste con due decreti legge, poi bocciati dal Parlamento, molte delle misure lì contenute erano proposte che i sindacati avevano presentato già nel 2024. Col tempo, si sono creati legami anche con altri movimenti, come quello femminista. La scelta di chiamarsi Sindicato de Inquilinas – letteralmente, delle inquiline – riflette una visione precisa della questione di genere.

L’esperienza delle accampate e la questione generazionale

Ogni Paese ha il suo modo, tipico, di protestare. Per la Spagna, negli ultimi decenni, il segno distintivo sono state le acampadas, le piazze piene di tende. Dopo la morte di Maricarmen, i sindacati delle inquiline le hanno organizzate in tutto il Paese, spesso assieme ad associazioni studentesche e altri gruppi. Ad animarle sono persone di tutti i tipi, ma soprattutto giovani. Alma è una studentessa di 19 anni, nata a Madrid da una famiglia italiana. Si è unita alla tendata di Puerta del Sol assieme ad alcune amiche. La intervistiamo mentre l’accampamento si prepara a cenare. «Qui si respira un’aria incredibile, sappiamo che il mondo ci guarda», dice.

La Spagna ha una storia di organizzazione dal basso che nasce almeno con la Repubblica negli anni ‘30, e si vede. Le acampadas, viste da vicino, sono soprattutto disciplinate. Le tende sono ordinate su piazze e viali, con tanto di nomi, distanziate in modo da permettere il passaggio di polizia, ambulanze e nettezza urbana. A Madrid la piazza principale, ovviamente, è intitolata a Maricarmen. Un tavolo centrale coordina attività e necessità, mentre un servizio d’ordine assicura la sicurezza dei partecipanti. Una necessità non secondaria, considerando che organizzazioni di estrema destra hanno minacciato e poi tentato delle aggressioni. Per le questioni più quotidiane, poi, chi dorme in tende tra loro vicine ha creato dei gruppi whatsapp per organizzarsi. Si chiamano collettivi di vicinato. Il nome esprime la speranza che, a proteste concluse, siano la base di nuove relazioni di solidarietà nei quartieri.

«Ci hanno chiamato a lungo la generazione di cristallo, troppo fragile e troppo attaccata ai social. Qui dimostriamo che sappiamo organizzarci per ottenere quello che vogliamo»

C’è anche un tema generazionale. Alma ci tiene a sottolinearlo, quando la intervistiamo: «Ci hanno chiamato a lungo la generazione di cristallo, troppo fragile e troppo attaccata ai social. Qui dimostriamo che sappiamo organizzarci per ottenere quello che vogliamo». In realtà, dei giovani si dice anche altro, soprattutto in Spagna: che tendano sempre più a destra. E non è solo un’impressione. Secondo il centro studi CIS, il partito ultra-nazionalista Vox è in cima alle intenzioni di voto nella fascia 18-25. «Le nostre proteste sono anche un po’ una risposta a quel fenomeno», spiega Pablo, che studia al primo anno di università e da due settimane dorme in tenda. «Loro sono efficaci grazie agli algoritmi, seducono adolescenti molto giovani. Noi, qui, offriamo un’alternativa che ha a che fare coi loro problemi reali».

Il caro affitti crea comunità, le comunità creano il movimento

Le proteste spagnole sono cresciute velocemente. Tra lo sfratto di Maricarmen, il 23 settembre, e la caduta del governo passano due settimane. Tra la caduta del governo e la morte di Maricarmen appena due giorni. Per l’11 novembre, i sindacati hanno convocato il primo sciopero generale negli ultimi quindici anni. La questione della casa è diventata il catalizzatore di altri generi di malcontento: in piazza si trovano insegnanti che chiedono salari migliori, rappresentanti di aree rurali che lamentano l’assenza di servizi, vigili del fuoco che vogliono più risorse per combattere gli incendi.

Questo sviluppo così rapido, però, è stato reso possibile dal lento lavorìo delle organizzazioni degli inquilini. «Il mio motto personale è: trasformiamo le lamentele in battaglie» conclude Lis. «Dibattiamo tra di noi, certo, ma alla fine restiamo uniti. Abbiamo chiaro quale sia la posta in gioco. Casa non significa solo quattro mura: è il posto in cui viviamo, è dove cresciamo dei figli o ci prendiamo cura dei nostri genitori. È un luogo dell'intimità, non un asset su cui speculare. Per questo la difendiamo».

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