Come suonerebbero le Quattro Stagioni di Vivaldi nel 2050?

Una partitura delle Quattro Stagioni rielaborata con le proiezioni climatiche, con il contributo della climatologa Serena Giacomin, vuole renderci consapevoli di ciò che stiamo perdendo e alimentare la speranza in un futuro possibile.

A live concert of The [uncertain] Four Seasons.

Vivaldi compone le Quattro Stagioni imitando con gli strumenti il canto degli uccelli, i temporali e lo scorrere dell’acqua, evocando un paesaggio naturale concreto, oltre che simbolico. Come cambierebbe, allora, quella partitura se dovesse raccontare la natura del 2050? È questa l’intuizione alla base di «Le quattro stagioni del cambiamento climatico», in programma sabato 7 novembre alle 18 all’Auditorium di Milano Fondazione Cariplo. Sul palco ci saranno la fisica e climatologa Serena Giacomin, direttrice scientifica dell’Italian Climate Network, il musicologo Marco Cosci e gli Archi della Sinfonica di Milano, con Luca Santaniello come maestro concertatore e violino, che affiancherà musiche di Vivaldi a brani del progetto internazionale The [uncertain] Four Seasons.

Quattro stagioni incerte

Nato dalla collaborazione tra AKQA, Jung von Matt, il compositore Hugh Crosthwaite, la Sydney Symphony Orchestra e il centro di ricerca sulla comunicazione del cambiamento climatico della Monash University, The [uncertain] Four Seasons modifica la composizione più celebre di Vivaldi, del 1725, attraverso un algoritmo alimentato con proiezioni climatiche per il 2050. Presentato al Sydney Festival nel 2021, il progetto è stato portato in diversi luoghi del mondo, con versioni della partitura alterate sulla base condizioni climatiche previste per ciascuna destinazione. Le rielaborazioni utilizzano le proiezioni dei modelli climatici CMIP5 nello scenario ad alte emissioni RCP8.5, insieme a dati sui rischi per la biodiversità e sull’innalzamento del mare, alterando gli elementi naturali del paesaggio di Vivaldi: in alcune versioni gli uccelli smettono di cantare, in altre i temporali si fanno più intensi o i fiumi non scorrono più. Le infinite varianti restituiscono il messaggio inverso: il cambiamento climatico è uno e riguarda tutti, pur trasformando ogni luogo in modo diverso.

La fondamentale speranza di un futuro possibile

Portare il cambiamento climatico in un’opera familiare permette di avvicinare trasformazioni che spesso percepiamo come lontane. È una delle difficoltà su cui insiste Giacomin: le reazioni emotive legate al cambiamento climatico possono diventare vere e proprie barriere psicologiche. C’è per esempio la convinzione che gli eventi estremi siano distanti, ma anche la negazione vera e propria, non per disinformazione ma per paura, quando l’ansia sopraffà al punto da spingere a evitare il problema. La sua comunicazione climatica, sul palco di Milano come su altre piattaforme, tiene conto di queste reazioni e dell’importanza della speranza di un futuro possibile, unico modo per generare responsabilità invece di paralizzare.

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