Le proposte "radicali" di Mamdani sono il minimo sindacale, secondo Zara Rahim
Abbiamo parlato con la Senior Advisor del sindaco di New York: su come si vincono le elezioni con una politica entusiasta e concreta, vicina ai bisogni dei cittadini.
Ferdinando Cotugno

È passato un anno da quando, il 4 novembre 2025, Zohran Mamdani vince le elezioni per il ruolo di sindaco di New York. Nel suo primo discorso da futuro sindaco pronunciò la parola «hope», speranza, otto volte. Sembrava impossibile che un politico di quel tipo, un giovane socialista musulmano, vincesse le elezioni. Sembrava impossibile finché non è successo. Chi ha scommesso sulla durezza della realtà contro il suo idealismo si è dovuto ricredere anche su questo: in un anno il gradimento in città è alto, molte proposte sono state realizzate, dalle buche alle tasse ai miliardari, e lui è diventato uno dei politici più influenti al mondo. L'onda di cambiamento del Midterm è cominciata lì, un anno prima.
Zara Rahim è stata una delle artefici della strategia comunicativa che ha portato Mamdani a essere sindaco di New York, nel ruolo di Consigliera senior della campagna. Rahim è stata lo scorso weekend a Roma, a incontrare gli attivisti del movimento Siamo il 99%. È una rete di varie ortodossie (ecologia, diritto alla casa, lavoro, seconde generazioni) che sta provando a organizzare l'inquietudine che si avverte in queste settimane in Italia, per riempirla di proposte, contenuti e persone, dando anche un segnale di presenza all'opposizione: noi ci siamo. Rahim ha provato a dimostrare che c'è un'altra impossibilità da sfatare: l'idea che l'elezione di Mamdani sia stata un colpo irripetibile, possibile solo in quel contesto.
Rahim è figlia di immigrati del Bangladesh, è nata in Florida, ha cominciato la carriera come stagista della campagna Obama del 2012 (dove fece la volontaria anche Elly Schlein). Poi ha avuto un lungo percorso tra politica e comunicazione, prima di essere richiamata da Mamdani. È venuta da Rahim la chiave di lettura base della campagna: smettere di guardare alla New York delle astrazioni politiche e scendere in quella reale dei quartieri, delle comunità, dei lavoratori. Camminarci, parlarci, essere lì di persona. Così si è innescata la partecipazione di 90mila volontari che hanno permesso a Mamdani di vincere le primarie contro uno dei newyorkesi più potenti nella storia della città, l'ex governatore Andrew Cuomo. Dopo la vittoria alle primarie e quella alle elezioni, Rahim ha fatto parte del transition team tutto al femminile.
Un successo newyorkese per un sentimento globale
Pensa che la campagna di Zohran Mamdani abbia creato uno slancio anche al di fuori degli Stati Uniti? E che cosa possono imparare da questa campagna i partiti e i movimenti di altri Paesi, come l'Italia?
La campagna ha avuto successo perché è riuscita a esprimere un sentire reale e condiviso da moltissime persone, non solo a New York: l'angoscia economica, il senso di abbandono da parte dei governi, l'idea che non sia rimasto più nessuno a occuparsi di noi. È come se ovunque nel mondo, nord e sud globale, la domanda fosse la stessa: perché è così difficile avere una buona qualità della vita? Noi siamo riusciti a dare voce a questo sentimento, ma è qualcosa che attraversava già i movimenti europei.
Quindi avete guardato all'Europa per costruire la campagna di Zohran Mamdani?
Certamente. Vorrei sottolinearlo: ci sono tante cose che siamo stati noi a prendere dall'Europa, dal socialismo al Welfare State. I nostri avversari hanno anche provato a usare le città europee contro di noi. Dicevano: New York non è Parigi, non è Roma. Cercavano di convincere gli elettori che il socialismo fosse qualcosa di cui avere paura. Ma noi siamo partiti da una domanda semplice: perché in una città dalla concentrazione di ricchezza che supera ogni immaginazione, la più alta nella storia umana, si fatica a pagare l'affitto, a fare la spesa, a mandare i figli a scuola, a mettere il cibo in tavola? Dovevamo presentare questi problemi in un modo che rendesse la politica più leggibile. È il punto centrale della campagna: non abbiamo coinvolto gli elettori dicendo: «Guardate quanto è bello il socialismo, ecco che cos'è il socialismo». Volevamo che le persone capissero per cosa stavamo combattendo di preciso. Poi, se queste cose erano importanti anche per loro, allora potevano unirsi a noi. C'era un posto al tavolo anche per loro. Un posto che li stava aspettando.
«Come posso renderti la vita più facile?»
Cosa intende per «rendere la politica più leggibile»? Come ci avete lavorato?
Non volevamo che le persone vedessero Zohran e dicessero: «Ah, ecco quel socialista». Volevamo che vedessero Zohran e dicessero: «Ah, quello è il tizio degli autobus gratuiti. Quello che vuole bloccare gli affitti. Quello degli asili nido». Per noi era un successo enorme che le persone fossero in grado di raccontare le nostre proposte politiche. Zohran è stato un candidato straordinario, entusiasta, coinvolgente, intendiamoci, ma non si trattava di comunicare chi fosse lui come persona, ma mostrare che aveva in mente obiettivi capaci di migliorare le vite. Rendere la politica leggibile significa semplificare il linguaggio e concentrarlo su tre proposte fondamentali. Magari non tutte e tre avrebbero migliorato direttamente la vita di tutti. Ma a tutti, anche alle persone che non usano i bus, sarebbe arrivato lo stesso messaggio: comprendiamo che la vostra vita è economicamente difficile, sappiamo che avete bisogno di un po' di sollievo, e qui c'è qualcuno disposto a combattere come sindaco per darvi quel sollievo.
«Volevamo che le persone capissero per cosa stavamo combattendo di preciso. Poi, se queste cose erano importanti anche per loro, allora potevano unirsi a noi. C'era un posto al tavolo anche per loro. Un posto che li stava aspettando»
La vostra campagna ha dimostrato il potere delle parole e la capacità di ridefinire il loro significato. La parola «socialismo» sembrava quasi vietata nella politica americana. Come siete riusciti a rendere il socialismo nuovamente pronunciabile?
La destra è riuscita ad appropriarsi di espressioni che, in realtà, rappresentano perfettamente i principi del socialismo democratico. Per esempio: qualità della vita. Noi abbiamo continuato a ripetere un concetto molto semplice: non devi essere un socialista per votare Mamdani. Qualunque cosa tu creda, io combatterò per te. A New York vivono otto milioni di persone. Non tutte sostengono le idee del sindaco. Il punto non è la parola socialismo, ma andare in giro a dire: voglio capire cosa ti tiene sveglio la notte. Come posso renderti la vita più facile?

Quanto tempo era che la sinistra americana – e in generale la sinistra – non lo faceva?
Nel nostro Paese c'è un esaurimento nervoso collettivo. Gli elettori, i cittadini, gli americani in generale erano profondamente frustrati dall'incapacità del Partito democratico di produrre cambiamenti. C'è una ragione per cui tante persone hanno votato sia Trump che Biden. Ha vinto chi è riuscito a comunicare di aver capito quanto fosse difficile la vita della gente. Trump è riuscito a farlo. E questa è una cosa dalla quale dobbiamo riconoscere di aver imparato. Le persone hanno deciso di fare una scommessa su questa promessa di miglioramento. Avevano ragione? No. Hanno fatto bene? No. Ma alla fine le persone votano per quello che ritengono essere il loro interesse. Per noi il punto non era fare battaglie sulle parole, né combattere le etichette che volevano imporci. Il punto era ricordare continuamente alle persone che non importa se ti riconosci o meno in una cosa chiamata socialismo democratico. Il punto è la tua vita: come la miglioriamo?
Non c'è niente di «radicale»
Avete scoperto una New York più radicale di come immaginavate?
Rifiuto la parola radicale. Non penso che le nostre proposte fossero radicali. Non credo che garantire gli asili nido sia radicale. Non credo che avere un trasporto pubblico affidabile, nella città che, ripeto, è la più costosa della storia del mondo, sia radicale. E non credo che congelare gli affitti in una città in cui i miliardari e i proprietari immobiliari continuano ad arricchirsi ogni secondo sia radicale. Penso che le persone lo abbiano capito. E credo che una delle cose più importanti che abbiamo fatto sia stata proprio spiegare alle persone che queste proposte non fossero radicali. Che non contenevano qualcosa di irraggiungibile. Penso che la parola radicale venga usata dalla destra e persino dai nostri avversari all'interno del Partito democratico per convincere le persone che tutto questo, asili scuola salute trasporto pubblico casa, sia fuori dalla loro portata. Come se una buona qualità della vita non fosse un diritto. Noi abbiamo rifiutato questa premessa. Abbiamo detto: no, questo non è radicale. Anzi, questo è il minimo sindacale. Non permettete a nessuno di convincervi che queste proposte siano radicali. La salute, la casa e tutte queste cose sono diritti umani e condizioni fondamentali di dignità che ogni persona merita. Per noi si trattava di smontare la parola radicale e di proporre, con gioia, qualcosa che le persone sentissero alla portata. Qualcosa che rappresentasse esattamente l'opposto di quello che normalmente immaginano quando sentono parlare di radicalismo.
«Rifiuto la parola radicale. Non penso che le nostre proposte fossero radicali. Non credo che garantire gli asili nido sia radicale. Non credo che avere un trasporto pubblico affidabile, sia radicale. E non credo che congelare gli affitti in una città in cui i miliardari e i proprietari immobiliari continuano ad arricchirsi ogni secondo sia radicale»
La forza del cambiamento portato da Mamdani dipende anche dal fatto che, rispetto a uno Stato e un Presidente, una città e un sindaco sono concetti più vicini alle persone?
Il fatto che le persone vedano un sindaco che prova a fare le cose, e che almeno alcune riesca a farle, e pure con una certa facilità, ha dimostrato loro che possono aspettarsi di più dai propri politici. Anche lui deve affrontare degli ostacoli: abbiamo un consiglio comunale che non definirei necessariamente polarizzato, ma che certamente non è composto soltanto da esponenti dei Democratic Socialists of America. Ci sono persone che hanno visioni diverse dalle sue, che non sono allineate con lui sul piano politico. Per noi è fondamentale mostrare che il sindaco sta combattendo. E che lungo il percorso ci sono delle difficoltà. Il messaggio è: «Forse non vincerò ogni singola battaglia, ma è il mio lavoro battermi, in quanto persona che avete eletto». Credo che questo abbia mostrato alle persone in tutto il Paese che non solo un mondo diverso è possibile, ma anche che è possibile una politica diversa. E questo ha già avuto delle conseguenze. Abbiamo trasformato il tema dell'accessibilità economica della vita in un dibattito nazionale. Adesso praticamente tutti i democratici hanno adottato il costo della vita come uno dei principi delle loro campagne elettorali e della loro azione di governo. Perché le persone stanno prestando attenzione. Stanno imparando che meritano di più, che possono chiedere di più.
La crisi climatica è una questione economica
Parliamo di clima. Mamdani porta avanti politiche con evidente significato climatico senza parlare esplicitamente di clima. È una strategia precisa, immagino. Da che ragionamento parte?
Penso che il clima sia un tema particolarmente difficile dal punto di vista della comunicazione politica. Il motivo è semplice: quando sei nel mezzo di una crisi economica e devi scegliere tra un autobus ecologico e la possibilità di mettere del cibo in tavola per i tuoi figli, sceglierai sempre il cibo per i figli. Immagina di essere un immigrato. Sei originario del Bangladesh, un Paese che è uno degli epicentri della devastazione climatica. Vivi a New York, cerchi di pagare l'affitto condividendo la casa con otto persone. Lavori senza alcuna tutela, e magari ti vengono sottratte le mance. Cerchi di orientarti nel sistema dell'immigrazione, cercando di evitare di essere fermato e portato via dall'ICE. In una situazione del genere, il clima è l'ultima cosa nella tua lista di preoccupazioni. Ma se riusciamo a spiegare meglio che tutte queste cose sono collegate, allora possiamo cambiare la prospettiva.
Noi abbiamo fatto uno sforzo per mostrare che queste cose sono collegate. Che la giustizia climatica, per esempio, è strettamente legata alle disuguaglianze razziali. Che i nostri vicini nel Bronx subiscono direttamente gli effetti della crisi climatica, e che questi effetti hanno conseguenze sulla qualità della vita e la salute. Dobbiamo capire che il clima è, in realtà, una questione economica, e smettere di parlarne come se si trattasse di salvare qualcosa di astratto. Dobbiamo dire: questa crisi avrà delle conseguenze sui vostri figli. Le persone si sentono impoverite, esauste. E hanno bisogno di capire che cosa succederà a loro, non necessariamente al pianeta. Dobbiamo quindi parlare del clima in modo più diretto, meno astratto, meno proiettato verso un futuro lontano.
Pensa che siamo all'inizio di una nuova finestra di cambiamento progressista, dopo un lungo periodo caratterizzato dall'ascesa della destra?
Sappiamo che il pendolo della politica oscilla: un giorno si muove in una direzione, il giorno dopo in quella opposta. Ma credo che siamo arrivati a un punto in cui queste due spinte devono coesistere, e stiamo assistendo a una nuova forma di attrito politico. È una situazione molto interessante. Penso ai movimenti studenteschi in Italia, in Bangladesh, in India, in Serbia e in tanti altri Paesi. Vediamo studenti e giovani che si mobilitano perché rifiutano condizioni materiali di vita presentate come inevitabili. E questa è una novità interessante, soprattutto se pensiamo al modo in cui tutti questi movimenti si influenzano reciprocamente, in una dinamica che ricorda per certi versi la Primavera araba. Naturalmente New York è un esempio straordinario. Ma la nostra speranza è anche quella di riuscire a ispirare persone in luoghi come Gary, nell'Indiana. Luoghi nei quali magari non vedremo mai direttamente le conseguenze del nostro lavoro, né sapremo esattamente che cosa avranno imparato dalla nostra esperienza. Ma sapere di fare parte di questa lunga storia, di questo continuo passaggio di idee e pratiche, è importante, perché anche noi abbiamo adottato idee che provenivano da altri movimenti.



