Il Piano italiano per il ripristino della natura ha trasformato in semplici consigli gli obblighi per proteggere il verde in città
Il regolamento europeo impone di azzerare la perdita netta di verde urbano entro il 2030. La bozza italiana cancella 15 delle 23 misure proposte da ISPRA per attuarlo nei Comuni e allenta i vincoli di quelle rimaste.
Andrea Grieco

- La scadenza europea per azzerare, rispetto al 2024, la perdita netta di verde urbano e copertura arborea a livello nazionale.
- 2030
- Gli ettari di aree verdi persi nel solo 2024 nei Comuni interessati dal regolamento europeo, insieme a 595 ettari di copertura arborea.
- 4.000
- I Comuni italiani interessati dagli obiettivi europei sul ripristino degli ecosistemi urbani.
- 2.761
- La quantità dei Paesi partecipanti alla COP17 a Yerevan sulla diversità biologica che ha definito obiettivi nazionali. Oltre il 70% ha presentato un rapporto sui progressi, ma meno della metà degli obiettivi valutati procede verso il raggiungimento.
- 90%
Registrare le aree verdi che scompaiono, limitare il consumo di suolo, depavimentare e ricostituire terreni capaci di ospitare vegetazione. Non erano proposte decorative, ma alcuni degli strumenti individuati per riportare la natura nelle città italiane. Eppure su 23 misure create da ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, e rivolte a tutti i Comuni, 15 sono state cancellate dalla bozza del Piano nazionale di ripristino della natura senza essere sostituite.
Il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica ha pubblicato la bozza il 7 ottobre, dopo averla trasmessa alla Commissione europea il 25 settembre, con 24 giorni di ritardo sulla scadenza prevista. Il documento deve tradurre in interventi concreti gli obiettivi del Regolamento europeo sul ripristino della natura, in vigore dal 18 agosto 2024. La normativa riguarda ecosistemi terrestri, marini, agricoli e forestali. Per le città stabilisce che entro il 2030 non si registri, rispetto al 2024, alcuna perdita netta della superficie complessiva nazionale degli spazi verdi urbani e della copertura arborea, mentre dal 2031 dovrà invece iniziare una tendenza all’aumento del verde urbano e degli alberi presenti nelle città.
Che cosa è cambiato
Il problema non sono gli obiettivi scritti per Bruxelles, ma sono gli strumenti scelti dall’Italia per raggiungerli. Tra le misure cancellate c’è il registro delle perdite di aree verdi avvenute dall’entrata in vigore del regolamento europeo: in altre parole, viene eliminato lo strumento che avrebbe permesso di sapere con precisione quanto verde stiamo perdendo mentre diciamo di volerlo proteggere. È stata cancellata anche la misura per minimizzare il consumo di suolo, insieme a quella che imponeva di compensare la perdita di un’area verde nello stesso Comune in cui era stata distrutta, senza spostare il recupero altrove. Sono poi sparite le misure che avrebbero protetto i terreni urbani non ancora coperti da cemento o asfalto, e quelle che chiedevano ai Comuni di inserire gli obiettivi di ripristino della natura nei piani urbanistici, nei regolamenti edilizi e nelle valutazioni ambientali. Non ci sarà più neanche un controllo annuale delle aree verdi, con dati pubblici per capire quanto verde viene perso. Ed è stata cancellata la misura che avrebbe sospeso fino al monitoraggio del 2030 i progetti che le avrebbero ridotte ulteriormente. Il messaggio è semplice: prima lasciamo consumare altro verde, poi nel 2030 conteremo quello che è rimasto.
Depavimentare non significa soltanto far passare l’acqua
Un altro punto riguarda la depavimentazione. Nella bozza inviata a Bruxelles il concetto è stato ridotto alla deimpermeabilizzazione, il che non è equivalente. Rendere una superficie permeabile può permettere all’acqua di filtrare; depavimentare e ricostituire un suolo vitale significa rimuovere la copertura artificiale e riportare in quel luogo terra, vegetazione, biodiversità e funzioni ecologiche. Un terreno non è soltanto uno spazio libero dal cemento: è un organismo vivo, capace di assorbire acqua, sostenere le piante, ospitare specie, ridurre le temperature e contribuire alla resilienza della città. Togliere l’asfalto senza ricostruire il suolo è un intervento parziale, molto più facile da annunciare che da trasformare in realtà.
Quando gli obblighi diventano suggerimenti
Diverse misure sopravvissute sono state indebolite nel linguaggio e nelle scadenze: invece di imporre si incoraggia, invece di richiedere si favorisce. Può sembrare una differenza semantica, ma nell’urbanistica una parola può decidere se una misura debba essere applicata oppure possa essere ignorata. Un obbligo vincola le amministrazioni; una raccomandazione lascia ai Comuni la possibilità di agire, ma anche quella di rimandare. Il risultato è un Piano che potrebbe essere utilizzato dai Comuni già impegnati nella tutela del verde, mentre lascia quelli meno virtuosi senza vincoli incisivi e proprio i territori che avrebbero maggiore bisogno di regole rischiano così di essere autorizzati a continuare come prima.
Lo scontro sui vincoli urbanistici
Le modifiche sono arrivate dopo le richieste avanzate da ANCI, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, e sostenute anche da ANCE, l’associazione dei costruttori, per evitare nuovi vincoli immediati, automatismi sui piani urbanistici e sospensioni degli interventi. Tra le motivazioni presentate da ANCI ci sarebbero la mancanza di formazione sul nuovo regolamento, il poco tempo a disposizione, l’assenza di finanziamenti e il rischio di ricorsi da parte dei privati titolari di aspettative edificatorie. Sono problemi che meritano risposte, ma cancellare gli strumenti non significa risolverli: se ai Comuni mancano competenze, bisogna formare amministratori e uffici tecnici; se mancano risorse, bisogna finanziarli; se le norme urbanistiche sono inadeguate, bisogna modificarle. Trasformare gli obblighi in auspici significa invece scaricare il problema nel futuro, lasciando intatte le pressioni che continuano a consumare suolo e aree verdi.
E ogni ritardo produce conseguenze materiali: nel solo 2024, all’interno dei 2.761 Comuni interessati dall’articolo 8 del regolamento europeo, sono scomparsi 595 ettari di copertura arborea e circa 4.000 ettari di aree verdi, una superficie equivalente al 48% del consumo annuale di suolo registrato in Italia. Il tempo trascorso in attesa del Piano non cancella queste perdite. Il regolamento europeo resta vincolante dal 18 agosto 2024 e le superfici scomparse dovranno essere considerate nel raggiungimento degli obiettivi fissati per il 2030.
Il nodo delle città alla COP17 sulla biodiversità
Mentre l’Italia indebolisce gli strumenti del proprio Piano per la Natura, a Yerevan è in corso la COP17 della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica. È la prima conferenza chiamata a valutare i progressi mondiali per proteggere la biodiversità. Il punto di partenza non è rassicurante: quasi il 90% dei Paesi ha definito obiettivi nazionali e oltre il 70% ha presentato il proprio rapporto, ma meno della metà degli obiettivi valutati dagli stessi Stati risulta sulla traiettoria giusta. La COP17, che si concluderà il 30 ottobre, non ha quindi ancora adottato le proprie decisioni finali, ma il messaggio emerso fin dall’apertura è che gli impegni esistono e l’attuazione continua a essere insufficiente.
Il tema delle città è centrale alla COP17, dove si parla di coordinamento tra amministrazioni locali e governi nazionali, accesso diretto ai finanziamenti, rafforzamento delle capacità amministrative, monitoraggio dei risultati e integrazione tra biodiversità, clima e ripristino dei territori, al contrario di quello che fa la bozza del Piano italiano di ripristino della natura. La biodiversità urbana è un’infrastruttura che rende le città più vivibili, permeabili e capaci di affrontare il caldo estremo e le piogge intense. Il riferimento internazionale è soprattutto il Target 12 del Quadro di Kunming-Montreal, che chiede di aumentare significativamente la superficie, la qualità, la connessione e l’accessibilità degli spazi verdi e blu nelle aree urbane e densamente popolate; chiede che la biodiversità venga integrata nella pianificazione urbana, migliorando la presenza delle specie native, la continuità ecologica e i benefici per la salute e il benessere delle persone.
Il paradosso italiano è difficile da ignorare: mentre alla COP17 si discute di come accelerare l’attuazione, monitorare i risultati e attribuire un ruolo centrale alle città, nella bozza italiana vengono indeboliti proprio il monitoraggio, i vincoli e gli strumenti urbanistici necessari per agire. Se gli obiettivi restano vincolanti ma gli strumenti diventano facoltativi, il rischio è molto concreto: continuare a perdere natura oggi e doverla ripristinare domani, quando avremo meno tempo e i costi saranno più alti. Poi, la prossima estate, arriveranno il caldo e le piogge estreme. Le città saranno ancora una volta fragili e impreparate. E noi torneremo a chiamare “emergenza” quello che abbiamo scelto di non prevenire.



